
L’educazione dell’affettività e della sessualità va fatta innanzitutto in famiglia. Come affrontare il tema con i figli? Quando e come parlarne?
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“Ma tu papà fai queste cose con la mamma?”. Come reagireste se vostro figlio di 10 anni, dopo aver assistito a scuola ad un incontro di educazione sessuale tornasse a casa e vi ponesse questa domanda? Che cosa rispondereste, dopo aver probabilmente fatto di tutto per nascondere l’evidente imbarazzo?
A dire il vero potremmo chiederlo a quei genitori che, qualche tempo fa, si sono sentiti fare questa ed altre simili domande dai propri figli. Cosa era successo? Che a scuola avevano sentito raccontare dall’esperto di turno con tanto di descrizione e disegni espliciti, quello che succede quando un uomo e una donna fanno l’amore. Sì, perché il fatto è realmente accaduto ed è solo uno dei tanti esempi di come oggi, per un genitore, sia sempre più necessario affrontare con i figli il tema della sessualità.
Probabilmente non averne mai parlato con i propri genitori, costituisce per tanti papà e mamme di oggi una difficoltà in più: come affrontare l’argomento con mio figlio? Quando parlarne? Quali parole utilizzare?
Difficoltà comprensibili, al pari di quelle che proviamo quando cerchiamo di intervenire con i figli sull’uso dei cellulari e di tutto ciò che è tecnologico. In questi casi rischiamo di tirare in remi in barca perché ci sentiamo incapaci di mettere parola su un argomento su cui loro ne sanno indubbiamente di più. Una verità innegabile.
Ma se «l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà», come ci ricorda Benedetto XVI nella bellissima Lettera sul compito urgente dell’educazione del 21 gennaio 2008, l’intervento di un genitore non consiste nello spiegare ai figli come si usano i cellulari ma nel renderli capaci di usarli con libertà e quindi in maniera autenticamente umana. A maggior ragione, quando parla di sessualità, un genitore non può limitarsi a dare le istruzioni per l’uso e la raccomandazione di “evitare di fare danni”. E invece diversi ragazzi sentono proprio questo da quei papà o quelle mamme che accompagnano le loro parole con la consegna di un preservativo o una pillola, perché “non si sa mai…”
Il mio lavoro mi porta ogni anno a parlare di affettività e sessualità a centinaia di ragazzi e se c’è una costante nei numerosi incontri che faccio, è che la stragrande maggioranza delle domande che mi pongono su questo argomento sono domande di senso. Essi vogliono comprendere che senso ha l’amore prima di sapere come si fa l’amore. Cercano l’amore prima del sesso, perché l’essere umano è fatto per amare e si realizza solo se trova risposte al profondo ed inesauribile desiderio di amare e di essere amato che alberga nel suo cuore.
Pertanto, non mi stancherò mai di ripeterlo, l’educazione dell’affettività e della sessualità è autentica solo se è educazione – e non istruzione – ma soprattutto se si pone l’obiettivo di insegnare ad amare: perché c’è un nesso inscindibile tra amore e sessualità, tra amore ed affettività. Per questo, a meno che non ci siano seri problemi che lo sconsigliano, l’educazione dell’affettività e della sessualità va fatta innanzitutto nella famiglia. E’ la famiglia che costituisce quel luogo privilegiato e unico in cui ogni essere umano fa esperienza di quel sentirsi amato in maniera gratuita e disinteressata, condizione indispensabile perché a sua volta divenga capace lui stesso di amare un’altra persona. E sappiamo quanto ciò sia difficile per chi ha vissuto il dramma di non essere stato accolto dai chi lo ha messo al mondo.
Certamente non è facile per i genitori affrontare questo tema, come abbiamo visto. E non solo perché probabilmente manca loro l’esperienza di averlo fatto con i propri genitori, ma perché è un argomento che li chiama direttamente in causa con una domanda scomoda: come vivo io l’amore e la sessualità? Non è facile perché si tratta di aprire un po’ della loro intimità o forse perché sono bloccati dai propri limiti e fragilità. Ma i figli hanno bisogno di vedere nei genitori modelli realistici, non perfetti; alla loro portata, non irraggiungibili; umani e concreti, non astratti. Hanno bisogno di avere accanto genitori che, senza la paura che si vedano i loro limiti, si sforzino comunque di dare il meglio di sé.
Non è più possibile ignorare questo tema nel dialogo con i figli, perché le sollecitazioni che essi ricevono in tal senso sono sempre più insistenti, continue, a volte violente in proporzione a ciò che essi sono in grado di comprendere. Non si tratta soltanto degli incontri di educazione sessuale che si stanno diffondendo a macchia d’olio nelle scuole, spesso all’insaputa dei genitori, e che di educativo hanno ben poco. Pensiamo alla diffusione epidemica della pornografia online, accessibile con grande facilità da ogni cellulare connesso a internet e che si sta insinuando come un cancro che distrugge lentamente la capacità di amare dei nostri ragazzi.
Aggiungiamo la discordanza di valori a cui sono sottoposti i ragazzi nei diversi ambienti che frequentano, sia reali (famiglia, scuola, associazioni, palestre, comunità varie) che virtuali (web, chat, social network).Per non parlare della diffusione di fenomeni nuovi come il sexting, il bullismo perseguito attraverso il web (cyberbullismo), la confusione sui generi sessuali, la facilità di accesso alla contraccezione e all’aborto, oggi anche attraverso una pillola che non richiede neanche la prescrizione medica.
Insomma, non rimane che prenderne atto e rimboccarsi le maniche: prima ancora che agli esperti, ai docenti e agli educatori, tocca ai genitori. È necessario ripartire da questa consapevolezza, perché l’amore a cui sono chiamati i figli non può più attendere, pena il rischio di essere “rubato” da chi non può e non deve permettersi di farlo.
Poi si tratterà di capire come fare una buona educazione sessuale e affettiva. Ma questa è un’altra storia di cui parleremo nel prossimo numero.
Articolo pubblicato sul numero di gennaio/febbraio 2018 della rivista “Missione Maria“
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