sessualità

Il compito dei genitori è quello di aiutare i figli a trovare il senso della loro vita. Un compito ancora più importante se parliamo di sessualità e amore.

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“Non so se riuscirò a cambiare idea su qualcosa che non esiste o meglio esiste ma solo per portare dolore. Mi hanno sempre vista come qualcosa da usare! Anche adesso ho un rapporto strano con un ragazzo;  ci sto assieme ma sento solo piacere e niente di più.”

Da molti anni incontro centinaia di ragazzi in giro per l’Italia e ricordo ancora come fosse ieri queste parole che un giorno mi scrisse una sedicenne. Mi contattò dopo un incontro in cui avevo parlato di amore ed in particolare dell’importanza di amare sé stessi, condizione necessaria per diventare capaci di voler bene ad un’altra persona.

L’amore esiste solo per fare soffrire, mi aveva detto interrompendomi bruscamente durante l’incontro. Poi, contattandomi su Facebook mi spiegò il motivo per cui era stata così dura con quell’intervento. Effettivamente, pensai, se ogni volta che ha avuto una relazione si è sentita usata, come potrà mai credere che l’amore sia una cosa bella? Come darle torto? E soprattutto come aiutarla a comprendere che l’amore non è quello che ha vissuto fino a quel momento?

Da allora mi sono dovuto confrontare molte volte con situazioni simili, che sono sempre più frequenti: ragazze e ragazzi che non credono più nell’amore perché travolti dal dolore delle ferite che, già così giovani, le relazioni hanno inferto loro. Sia chiaro: quando incontro i ragazzi, tocco con mano costantemente il grande desiderio di amore che hanno nel cuore, il desiderio di vivere un’esistenza che abbia senso e che lasci traccia, la voglia di sognare un futuro migliore, l’aspirazione a vivere relazioni belle e significative. Non potrebbe essere altrimenti, perché il cuore dell’uomo è fatto per funzionare così.

Accanto a questi desideri belli, però, trovo sempre più frequentemente disillusione, scoraggiamento, delusione, a volte cinismo. I motivi sono tanti e non basterebbe l’intero numero di questa rivista per descriverli tutti: si potrebbe parlare della difficoltà a coltivare l’amicizia in un mondo in cui le relazioni passano dai social network; dell’idea spesso riduttiva che hanno dell’intimità, molte volte identificata esclusivamente con la dimensione sessuale; del rapporto col proprio corpo condizionato dalla società dell’apparenza; della confusione tra innamoramento e amore; della precocità dei rapporti sessuali; dell’idea di libertà intesa più come assenza di vincoli che come risorsa da impegnare in un progetto personale e di coppia; dell’affettività ridotta alla sola dimensione emozionale a scapito dello sviluppo di sentimenti e passioni…

In queste righe vorrei soffermarmi su uno di questi aspetti. Negli articoli precedenti abbiamo cercato di capire perché oggi è diventato imprescindibile che i genitori dedichino le loro migliori energie all’educazione affettiva dei propri figli. Bambini e adolescenti sono sottoposti sin dalla loro infanzia a continue sollecitazioni sessuali che spesso non sono capaci di interpretare nel modo corretto, soprattutto quando sono bambini. Quando i figli entrano nell’adolescenza, queste sollecitazioni divengono martellanti e convergono tutte su un punto d’arrivo inequivocabile: il primo rapporto sessuale.

Il messaggio che arriva ai ragazzi, purtroppo anche attraverso alcuni interventi che si tengono nelle scuole, è questo: “non sei più un bambino, stai diventando grande e ti stai accorgendo di una realtà bella e complessa che è il sesso e che è capace di farti provare piacere e benessere. Ciò che devi imparare a fare, però, è evitare i possibili effetti collaterali di un uso improprio: malattie e gravidanze indesiderate”. Un approccio nel quale spesso manca quasi del tutto proprio quella cornice di senso che serve a far comprendere ai ragazzi che il sesso è molto di più.
E che forse sarebbe più corretto parlare di sessualità e non di sesso, perché è la sessualità che rimanda a tutte le dimensioni della persona: non solo fisica ma anche razionale, affettiva, relazionale e spirituale.

Quando chiedo ai ragazzi qual è il momento  giusto per fare l’amore, aggiungo sempre un’altra domanda: qual è il senso di un rapporto sessuale? Qualche giorno fa una coppia di genitori mi ha confidato che il figlio tredicenne si sentiva già pronto a rispondere alle avances piuttosto esplicite di una compagna di classe. Mi dicevano che se non fosse stato per l’intervento del papà probabilmente quel ragazzo sarebbe passato ai fatti nel giro di qualche giorno. Che cosa gli ha detto suo padre? Ha semplicemente fatto con lui una chiacchierata molto franca e distesa proprio sul senso della sessualità, sulla bellezza di far crescere le relazioni senza avere fretta di bruciare le tappe, su quanto è alta la posta in gioco quando c’è di mezzo la sessualità.

Dialogare con i figli, e non solo sulla sessualità, è il modo migliore per educarli alla libertà. D’altra parte arriverà un momento in cui dovranno essere loro a fare le scelte e ad assumersi la responsabilità di queste scelte. Per questo il compito dei genitori è quello di aiutarli a trovare il senso di ciò che fanno: senso inteso come significato ma anche come direzione verso cui stanno andando. I figli dovrebbero essere in grado di porsi abitualmente la domanda: dove mi porta questa scelta?

Sempre più spesso mi capita di incontrare genitori che, spaventati dall’idea che il proprio figlio o la propria figlia possano avere rapporti sessuali troppo presto, suggeriscono loro di portare con sé la pillola o il preservativo; il problema è che spesso non aggiungono altro se non la raccomandazione di “fare attenzione”.

Ma può limitarsi a questo l’intervento educativo di un genitore? Se una mamma pensa che la figlia possa avere un rapporto sessuale, non dovrebbe forse andare oltre al fatto di raccomandarle la pillola? Non potrebbe provare a chiederle che cosa cerca nella sessualità e perché desidera avere un rapporto sessuale col suo ragazzo? E anche se la figlia non rispondesse nulla la madre le avrebbe comunque dato un’opportunità importante. L’avrebbe aiutata a riflettere su un gesto così importante e magari arrivare a interpellare proprio quella parte del proprio cuore dove ogni essere umano si fa le domande più importanti e profonde.

A volte pensiamo che si tratti di fare chissà quali discorsi e dimentichiamo invece che i ragazzi ci ascoltano comunque – anche quando sembra tutto il contrario – e soprattutto ci osservano.

Qualche settimana fa ho chiesto ad un gruppo di ragazzi di dirmi che cosa fosse per loro l’amore. Una tredicenne mi ha risposto così: “Non ho mai provato l’amore per un ragazzo, ma posso affermare di conoscere senz’altro l’amore che si prova verso la famiglia e i genitori e per me è sicuramente esserci nel bene e nel male, aiutarsi nelle difficoltà e molto altro ancora”.
Ecco, ho avuto la sensazione di avere davanti una ragazza molto fortunata, perché metà del lavoro lo avevano già fatto i suoi genitori. Con il dialogo e con l’esempio.

Articolo pubblicato sul numero di aprile 2018 della rivista “Missione Maria“-

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