
«Per me la femmina deve stare a casa a servire suo marito». «E secondo lei non è normale che una donna debba stare a casa a fare le pulizie?». Non sono le parole di un maschilista vissuto qualche decennio fa, ma due frasi che mi sono sentito rivolgere da altrettanti tredicenni normali di due scuole normali nelle quali ho tenuto degli incontri di educazione dell’affettività e della sessualità.
Ecco, penso che quando si parla di questo tema sia necessario precisare bene che cosa si intende per educazione dell’affettività e della sessualità. Molto spesso si pensa all’esperto di turno che entra in classe e spiega ai ragazzi come avviene la riproduzione, come si fa l’amore e soprattutto come evitare gravidanze indesiderate e malattie sessuali. Non nego la necessità che un adolescente conosca questi aspetti della sessualità. Semplicemente non condivido questo modo di fare educazione sessuale, non solo perché mi sembra un approccio riduttivo al tema, ma soprattutto perché c’entra davvero poco con la parola “educazione”. Anche i genitori a volte riducono il tutto alla domanda «Come posso parlare di sessualità ai miei figli? Quali sono le parole migliori che posso utilizzare?»
Ma l’educazione non è istruzione. È molto di più. Non si può educare se non si ha una visione integrale della persona, che tenga conto di tutte e cinque le sue dimensioni: fisica, razionale, affettiva, relazionale e spirituale. Educare viene dal latino educere, che significa tirar fuori, condurre fuori. Educare vuol dire tirare fuori da una persona quello che, come essere umano, come persona, è chiamata a diventare.
Forse qualcuno ricorderà le famose parole, pronunciate da Simone De Beauvoir, compagna di Jean Paule Sartre, scrittrice e filosofa anche lei ma soprattutto femminista francese: “Donna non si nasce, lo si diventa”. E’ una delle frasi più usate nelle battaglie del femminismo e della parità di genere. Perché le cito? Perché mi sembra che, a prescindere dal senso e dal contesto in cui sono state scritte e con cui vengono utilizzate, ci rivelano una profonda verità: una femmina non diventa donna automaticamente. E, allo stesso modo, un maschio non diventa uomo in maniera prestabilita.
Si comprende bene il senso di quello che ho appena scritto se pensiamo che il concetto di donna o di uomo è molto più ampio del concetto di femmina o di maschio, proprio perché mette in gioco le cinque dimensioni di cui parlavo prima.
Nel mondo animale non c’è distinzione tra il dato biologico/naturale – maschio, femmina – e quello culturale – uomo, donna. Tra gli animali non c’è distinzione tra natura e cultura, queste due parole su cui tanto si dibatte quando si parla di identità sessuale. Noi esseri umani, invece, siamo chiamati a dare senso a tutto ciò che facciamo e soprattutto a ciò che siamo. Quindi anche al nostro essere sessuati ed alla nostra sessualità.
Per questo motivo, quando parlo di educazione affettiva e sessuale mi piace declinarla secondo tre aspetti, tutti molto importanti: l’educazione affettiva, l’educazione sessuale ed infine l’educazione di genere. Ed è di quest’ultima che oggi parleremo.
Che senso ha il mio essere maschio, il mio essere femmina? Come mi condiziona nel rapporto con gli altri? E che relazione c’è tra la mia identità sessuale e la mia felicità? Sono solo alcune delle domande che un adolescente si fa a proposito della sua identità sessuale e, se allarghiamo il campo, a proposito della sua identità in senso ampio. Sono domande che indagano solo un aspetto di un’altra domanda, più ampia, forse la domanda più importante che una persona si fa: chi sono io?
Quando parlo di adolescenti, non sto dicendo che l’identità sessuale si costruisce nell’adolescenza. Sia chiaro, la costruzione dell’identità di una persona, e quindi anche della sua identità sessuale, inizia dalla sua nascita. Anzi, dal suo concepimento. L’adolescenza è solo quel periodo della vita in cui questo lavoro di costruzione dell’identità assume una consapevolezza piena che negli anni precedenti, evidentemente, manca.
Ma torniamo all’educazione di genere e a quanto sia importante aiutare i nostri figli a riempire di senso il loro essere maschio o femmina e a comprendere il significato della differenza sessuale e quanto essa sia una grande risorsa e non un limite.
Per trovare il significato della differenza sessuale possiamo riflettere su due proprietà che caratterizzano in maniera inequivocabile la relazione tra due persone di sesso diverso: la complementarietà e la reciprocità. Si tratta di due caratteristiche che sono evidenti innanzitutto nel corpo. Il corpo non è un elemento accidentale ma è parte costitutiva ed essenziale della persona. Il mio corpo mi fa essere ciò che sono, nel mio corpo e con il mio corpo si manifesta l’affettività, per mezzo del corpo entro in relazione con gli altri.
La reciprocità dà pienezza di senso alla differenza sessuale: maschio e femmina sono fatti l’uno per l’altra. Sono reciproci l’uno all’altra. Non solo, sono funzionali l’uno all’altra proprio per la costruzione dell’identità sessuale; per questo un bambino ha bisogno di avere un modello maschile e uno femminile per sviluppare al meglio la sua identità. L’essere maschio gli fa prendere consapevolezza che la sua identità è sessuata, che lui non è una totalità ma una polarità ben definita: se è maschio non è femmina e quindi non ha ciò che caratterizza il femminile; se è femmina, invece, manca di tutto ciò che caratterizza il maschile. Ed è proprio la presa di coscienza di questa mancanza che lo porta progressivamente al desiderio e al riconoscimento dell’altro da sè.
Ma anche la complementarietà aiuta a comprendere il senso della differenza sessuale. Uomini e donne hanno modi diversi di vedere il mondo, di relazionarsi, di affrontare i problemi. E non solo per motivi per così dire biologici, ma anche culturali.
Esiste un legame indissolubile tra natura e cultura. Un legame che diventa problematico quando uno dei due termini vuole prendere il sopravvento sull’altro. Dobbiamo uscire fuori dallo schema rigido che vede la differenza sessuale legata esclusivamente alla natura o alla cultura. Non è vero che ci sono caratteristiche psicologiche o spirituali esclusivamente maschili (gli uomini non devono piangere mai, gli uomini non sono sensibili, oppure non possono occuparsi delle faccende di casa, ecc.) o esclusivamente femminili (le donne non possono fare certi lavori, oppure si realizzano solo nel focolare domestico, ecc.). È corretto invece affermare che ci sono tratti del carattere e della personalità più frequenti negli uomini piuttosto che nelle donne e viceversa.
Complementarietà e reciprocità, nella famiglia, possono insegnare molto ai figli. Innanzitutto con l’esempio e con la testimonianza di un amore umano vero. Che cosa vuol dire amore vero? Un amore che non sbaglia, che non soffre, che non sperimenta ferite e fragilità? Evidentemente no. Un amore è vero nella misura in cui mostra la vera umanità di coloro che lo vivono: quindi un amore in cui è presente il dono, il rispetto, l’affetto, la gratuità ma anche l’errore, il perdono, la consapevolezza dei propri limiti, la comprensione per i limiti altrui.
Un amore che è anche capace di rinunciare a imporre il proprio modo di vedere o di essere per valorizzare l’altro nella sua specificità.
Quindi, è bene che i figli vedano una complementarietà solidale tra i genitori. Vedere i genitori che si perdonano, che si ringraziano reciprocamente, che si rispettano reciprocamente, che accolgono il punto di vista dell’altro, è il modo migliore per educare i figli al rispetto della diversità, di cui si parla tanto oggi.
L’educazione di genere, attraverso l’esempio dato in famiglia, si attua quando i figli:
- vedono come naturale e non imposta o mal digerita la differenza di ruoli tra papà e mamma;
- percepiscono la specificità del codice paterno, fatto di regole, norme, valori, indicazioni;
- percepiscono la specificità del codice materno fatto di cura, affetto, protezione, accudimento;
- toccano con mano la flessibilità di padri e madri equilibrati che, senza negare le specificità di genere, si sforzano di sviluppare entrambi i codici;
- vedono l’attenzione posta dai genitori nel rispettare e valorizzare le differenze tra fratelli e sorelle, per esempio nell’assecondare interessi, passioni, gusti, modi di essere diversi oppure nell’aiutare i figli a custodire il pudore e l’intimità specifica di ciascuno (per esempio garantendo, nella misura del possibile, spazi propri e diversificati tra figli maschi e figlie femmine).
Come concludere? Non dimenticando mai che in ogni cuore umano si annida sempre il desiderio per il bene e la verità. È questo che dà speranza al nostro lavoro educativo, che non dipende solo da noi: “I figli diventano grandi un po’ grazie ai genitori e un po’ nonostante loro” (Osvaldo Poli).
Il nostro compito è di mostrare la bellezza e la strada per raggiungerla. Se è quella giusta i ragazzi, presto o tardi, la imboccheranno e arriveranno alla meta.
Sintesi del mio intervento del 18 dicembre 2020, nell’ambito del progetto di educazione dell’affettività educ@more. Clicca qui per scaricare il testo integrale e la videoregistrazione dell’intervento
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