La speranza di chi porta alta la bandiera

I giovani sperimentano le stesse sofferenze che viviamo noi adulti ma lo fanno con quello che la loro età permette di fare: non cedere a calcoli ed egoismi e saper il guardare il mondo con speranza.

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C’è Diego, 15 anni, che ha inventato un gelato che può essere mangiato da chi, come lui, è affetto dal morbo di Chron. Oppure Pietro, che per anni ha seguito la nonna malata, insegnandole a usare l’iPad, leggendole favole o facendole ascoltare musica; lui di anni ne ha 14. E c’è anche Mavì, 9 anni, che dopo aver visto “Braccialetti rossi” in TV, ha deciso di tagliare i suoi lunghi capelli – non li aveva mai tagliati – per far realizzare parrucche da donare ai malati di cancro.

Sono 25 in tutto i ragazzi che sono stati premiati qualche giorno fa da Mattarella, che ha conferito loro il titolo di Alfieri della Repubblica. Un titolo che, ai tempi del coronavirus, assume un significato tutto particolare. L’alfiere era colui che, primo fra tutti i soldati del suo esercito, portava innanzi la bandiera, le insegne, il vessillo che indicava la sua appartenenza. In senso figurato, oggi l’alfiere è colui che difende una particolare idea perché è fermamente convinto che ne vale la pena. Perché la ritiene vincente.

Non mi piace ripetere le parole di chi, in questi giorni, ha scritto che i ragazzi si stanno comportando meglio di noi adulti. Rispetto chi le ha pronunciate ma io non lo farò perché, personalmente, mi sembrano un po’ adulatorie e anche riduttive nei loro confronti. Un po’ come quelle persone che chiedono con insistenza ad un ragazzo di dare loro del tu, che poi alla fine così si sentono più giovani…

No, non si stanno comportando meglio di noi. Semplicemente stanno facendo la loro parte, stanno vivendo le stesse sofferenze che viviamo noi adulti e lo fanno con quello che la loro età permette di fare: non cedere a calcoli ed egoismi e saper il guardare il mondo con speranza. Proprio la speranza che i 25 nuovi alfieri della Repubblica hanno trasmesso a coloro che, con le loro azioni, hanno toccato con mano la certezza che un mondo migliore è ancora possibile.

Tra alcuni giorni inizieremo a riprendere, poco alla volta, la vita abituale che facevamo prima che un minuscolo essere ci stravolgesse l’esistenza. Lo faremo progressivamente, seguendo le indicazioni che chi governa ci darà per il bene nostro e di tutta l’Italia. Sì, per il bene nostro e dell’Italia, pensiamolo con convinzione. E se per caso ci passasse per la mente – noi grandi in questo siamo proprio bravi – che in  realtà dietro alle indicazioni ci stanno secondi fini e altre intenzioni, guardiamo per un momento a questi 25 ragazzi. Guardiamo alla loro genuina capacità di vedere il mondo per quello che è. Perchè è solo avendo lo sguardo limpido che riusciremo a vedere tutta la bellezza della vita, anche quando la strada di questa vita si fa in salita, come raccontano le storie di ciascuno di loro.

E se non è necessario guardarli per forza come coloro che “sanno vivere questo tempo meglio di noi grandi”, recuperiamo da loro quell’entusiasmo e quella freschezza che forse ci eravamo lasciati per strada ancor prima che il virus entrasse nelle nostre esistenze. In questo sì che possiamo imparare davvero tanto e, assieme a loro vincere, questa guerra; perché in fondo, anche se un esercito avesse tra le sue fila l’alfiere più coraggioso, non potrà mai vincere la guerra se non potesse contare sull’apporto di ciascuno dei suoi guerrieri.

Guardiamo a questi alfieri ed alle bandiere che ciascuno di loro tiene alta. Capiremo che la guerra la potremo vincere. E non solo quella contro il coronavirus.

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