Con mia moglie abbiamo raggiunto da tempo la soglia di insopportabilità: l’enorme mole di notizie negative che ci travolge quando guardiamo i telegiornali ci ha spinto a ridurre drasticamente il nostro rapporto con la TV. Non possiamo fare a meno però di tenerci aggiornati sul web su quello che accade nel mondo. Non cambia molto ma almeno lì puoi scegliere cosa leggere e cosa no.
E stamattina la mia attenzione è andata su un articolo che parlava del suicidio del quattordicenne di Latina. Nell’articolo si cita il racconto di Sergio, che – riporto testualmente – “passando vicino a un gruppo di ragazzi, racconta di aver sentito pronunciare queste parole in dialetto: «Ormai è morto, e ci cachi gliu cazz…». E aggiunge: «Quando li ho fissati sono tornati seri, angioletti composti». ”
Ho immaginato la scena. A fatica, ho visto davanti a me quei ragazzi che, senza rendersi conto di cosa dicessero, pronunciavano quelle parole…
Non è difficile immaginare il commento di chi ha scritto l’articolo e neanche il tono dei tanti che hanno commentato queste parole sui social.
Effettivamente sono parole forti, che fanno riflettere sul deserto affettivo nel quale stanno crescendo i nostri ragazzi.
Gli psicologi parlano di analfabetismo emotivo. Gli educatori di genitori assenti. Chi non è ne psicologo nè educatore ma si sente un po’ esperto parla di totale assenza di empatia. La gente comune parla di mancanza di umanità. Mia nonna, anni fa, diceva che era l’effetto della mucca pazza.
Ognuno dice la sua. Ma la verità rimane una: a furia di cancellare tutte le differenze e dire che tutto è uguale, che tutti hanno diritti (e nessuno doveri), che tutto deve essere permesso purché non leda la libertà degli altri (una sciocchezza immane i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti), che la stessa libertà è stata assolutizzata da diventare l’unico valore esistente, che tutto deve essere incluso e accettato, che non si può più bocciare, che non si può più punire, che non si può più parlare di gerarchie di valori (perché chi sono gli altri per decidere ciò che vale per me?), che non c’è distinzione tra bene e male se non nella coscienza personalissima di ciascuno… A furia di gridare, anzi di urlare che tutto è uguale e non ci sono più differenze, abbiamo cresciuto una generazione di indifferenti.
Incapaci di comprendere perché certe azioni, e prima ancora certi pensieri, non sono umani. E neanche disumani, perché questa parola presuppone ancora un confronto con l’idea di umanità, che invece sembra essere sparita dall’orizzonte di molti. Non a caso c’è chi parla di post-umano, per indicare una generazione che non capisce più chi è l’uomo semplicemente perché non ha mai avuto idea di cosa sia umano e cosa no.
A tutto ciò si aggiunge la rivoluzione che l’uso dei social ha portato nel modo di vivere le relazioni. Anzi, forse sarebbe più corretto dire nel modo di “non” vivere le relazioni, trasformate spesso in rapporti mordi e fuggi, superficiali, banali, impulsivi e per niente profondi. In questo senso bisognerebbe parlare di involuzione piuttosto che di rivoluzione… Ma di questo parlerò un’altra volta.
Vorrei tornare sull’articolo di questa mattina: “ormai è morto”, avrebbero detto quei ragazzi, sghignazzando tra loro prima che si accorgessero che Sergio li stava ascoltando. Probabilmente avranno provato paura, un’emozione che grazie a Dio riesce a resistere ad ogni forma di aridità emozionale.
O forse, involontariamente, quel signore li avrà scossi dal torpore emotivo. Magari qualcuno avrà ripensato a quelle parole appena pronunciate, recuperando dal fondo della coscienza un labile senso di vergogna.
Credo che il barlume di speranza che cerchiamo mentre ci interroghiamo sul senso di questa storia sia nelle ultime parole di Sergio: “Quando li ho fissati sono tornati seri”.
Quando si prende un veleno c’è solo una speranza di salvarsi: l’antidoto.
E di fronte al veleno dell’indifferenza esiste un solo antidoto: tornare a sentire, svegliarsi dal torpore, riscoprire che esiste il bene, la giustizia, la verità.
I ragazzi hanno un enorme bisogno di tornare a sentire: sentire il valore della vita, quella degli altri ma prima ancora la loro, perché se non provano rispetto per sé stessi difficilmente comprenderanno quello per gli altri.
E noi come possiamo aiutarli? Facendo quello che ha fatto Sergio, ma senza la rabbia di Sergio: fissiamoli.
Con lo sguardo possiamo fare tanto.
Anche far sentire vivo chi è quasi morto.
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