Undici anni. Tanto è stato il tempo vissuto da Andrea prima che suo padre, schiacciato da una malattia che gli ha lentamente svuotato la mente, lo uccidesse prima di togliersi la vita.
Undici anni spazzati via da chi ad un figlio dovrebbe mostrare sempre il futuro. E invece Andrea quel futuro non lo vedrà mai, come un fiore appassito prima del tempo.
Ieri ho ascoltato questa notizia al TG con un nodo alla gola. Ho un nipote della stessa età e questo ha fatto sì che la tragica fine di Andrea mi entrasse dentro l’anima come una spada affilatissima.

Non giudico, perchè non è mio diritto.
Non pontifico, come stanno facendo in tanti, pronti a indossare subito le vesti di esperti.
Non odio, come fanno in troppi che una tastiera trasforma in carnefici peggiori di chi si è macchiato di un gesto così orribile.
Mi limito a fare quello che posso, oltre a pregare per il bambino, per chi lo ha ucciso e per tutti coloro che sono coinvolti in questa vicenda. Mi chiedo come si possa evitare il ripetersi di un fatto del genere.

Tra tutte le parole che potrei citare per rispondere a questa domanda mi fermo su una: responsabilità. Una parola che deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere: rispondere, rendere conto a qualcuno o a sè stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.
Qualcuno collega il termine responsabilità a due parole latine: res e pondus. In questo senso la responsabilità sarebbe la capacità di dare il giusto peso alle cose, il giusto peso alle azioni che si compiono.

La vita di una persona ha un peso incommensurabile. Ancora di più quella di un bambino. Nessuno può dire che cosa sia passato per la testa di quest’uomo che ha deciso di togliersi la vita portando con sè anche suo figlio, in un momento in cui non è riuscito a percepire il giusto peso di ciò che stava per compiere.

Possiamo sperare che educare i figli alla responsabilità, sin da bambini, possa insegnare loro a dare il giusto peso alle cose, possa servire a dare loro maggior forza in quei momenti in cui le difficoltà della vita tendono a togliere lucidità.
“Ho perso la testa. Chiedo perdono. Non capisco cosa mi sia successo”. Sono sempre di più coloro che pronunciano parole del genere dopo aver commesso un gesto drammatico.
Forse saranno di meno se li aiuteremo a crescere sin da bambini con l’idea che ogni azione, anche la più piccola, comporta sempre e comunque una precisa responsabilità.

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