
Ho atteso un po’ prima di scrivere una riflessione sulla morte della bambina di Palermo. Ho voluto aspettare, per capire meglio. Volevo riflettere su alcuni aspetti. E volevo far passare le reazioni di pancia. Come quelle di chi – oramai è abituale quando accadono questi fatti – si è scagliato a testa bassa contro i social, contro i genitori, contro la società.
E mentre attendevo ho pensato e ripensato ad una storiella che forse qualcuno di voi conosce già e che oggi vi racconto, un po’ a modo mio.
È la storia di una rana che, in una calda giornata di primavera, si era messa a gironzolare nei dintorni del ruscello che era stato da sempre il suo ambiente preferito. Trovata una pozza d’acqua pulita vi saltò dentro, portandosi dietro anche i suoi piccoli. Voleva farli divertire. Li voleva felici, perchè li amava.
L’acqua era cristallina e il fondo aveva un colore grigiastro, quasi metallico. La rana e si suoi ranocchi si specchiavano sul fondo mentre nuotavano, eccitati dalla singolarità di quel luogo. Certo non era semplice uscire da quella pozza, l’unico modo era fare un bel salto, ma questo ovviamente non era un problema per la rana e la sua famigliola. Avrebbero potuto uscire in qualsiasi momento, quando si sarebbero decisi a farlo.
Anche la temperatura era piacevole. L’acqua era più calda di quella del ruscello che a volte era troppo fredda per rendere il bagnetto quotidiano una piacevole esperienza. Anzi, dentro la pozza il clima era così rilassante che le rane avevano cominciarono a desiderare di non uscire più. Passavano i minuti e la famigliola continuava a sguazzare nella pozza di acqua tiepida, che intanto non era più tiepida ma era diventata piacevolmente calda. Mamma rana pensava che fosse a causa del sole, sempre più alto nel cielo. La temperatura cresceva e l’acqua cominciava a dare un po’ fastidio ma i ranocchi giocavano e mamma rana non ci fece caso. Aveva però cominciato a sentire una strana stanchezza, una sorta di torpore che le rendeva i movimenti un po’ più lenti. C’era sempre più caldo ed il sudore si mescolava all’acqua della pozza. I ranocchi erano anch’essi molto stanchi e se ne lamentarono con la mamma. La rana allora decise di uscire dall’acqua, ma non aveva più le forze per farlo. Era troppo indebolita, l’acqua era tanto calda… Mamma rana ed i suoi piccoli sentirono delle voci e fu allora che capirono: quella non era una pozza d’acqua ma una pentola, posta sul fuoco da una famiglia di umani che si trovavano nel bosco per un picnic. L’avevano messa a riscaldare pochi minuti prima che arrivassero le rane per il bagno.
Morirono tutte, bollite. Gli umani, che avevano lasciato la pentola incustodita si arrabbiarono molto nel trovare quattro rane morte dentro la pentola. Buttarono via l’acqua, riempirono nuovamente la pentola e la rimisero sul fuoco, questa volta con un coperchio.
I corpi delle rane rimasero sul prato e tra gli uccelli, che avevano visto la scena dall’alto, cadde qualche lacrima. Uno di loro disse: se solo avessero ascoltato le nostre grida si sarebbero salvate. Noi dall’alto vedevamo benissimo che sotto la pentola era accesa una fiamma…
Un altro disse: Se fossero saltate dentro la pentola quando l’acqua era già calda si sarebbero fatte male e avrebbero reagito d’istinto, con un balzo, per scappare via. Ma così, poverette, sono morte senza neanche capire quello che stava accadendo…
Credo che ci sia poco altro da aggiungere. I commenti sull’uso scriteriato dei social e degli smartphone li trovate dovunque, il web ne è pieno. Anch’io ho scritto tanto sull’argomento, sul mio sito e nei miei libri. E ne parlerò ancora una volta il 20 marzo, quando farò l’ennesimo corso per chi vuole aprire gli occhi su un mondo ancora troppo oscuro per tanti, troppi genitori.
Gli smartphone hanno troppi effetti collaterali. Negarlo è una sciocchezza. Ignorarlo, da educatori, è una follia. L’ho scritto e detto in tutti i modi e non mi stancherò mai di ripeterlo.
Ma non voglio parlare degli smartphone, oggi. Voglio solo provare a mettermi dalla parte di chi è vittima tanto quanto la bambina morta a Palermo: i suoi genitori. Non per dire che non abbiano le loro responsabilità, tutt’altro. Probabilmente avrebbero dovuto vigilare di più. E avrebbero dovuto vietare l’uso dello smartphone alla figlia, perchè a 10 anni l’unica, e sottolineo l’unica, possibilità sensata per chi sa come funziona veramente uno smartphone è quella di vietarne l’uso almeno fino a 13 anni.
Voglio mettermi accanto non solo ai genitori di Antonella, ma a tutti quei genitori, e sono tanti, che continuano a pensare che “a mio figlio non succederà mai”, che “ma cosa farà mai di male, sta solo giocando”, che “cosa vuoi che sia, guarda solo video divertenti”. Oppure che “non riesco a stargli dietro, mi manca il tempo per controllare cosa sta facendo”.
Tanti, troppi genitori non hanno la minima idea di cosa significhi dare uno smartphone ai propri bimbi. Non immaginano neanche che mondo ci sia dietro quello schermo. “Il web era il suo mondo – ha dichiarato il padre della bimba morta – Controllarla? Mi fidavo“.
Un padre come tanti, fiducioso, che amava alla follia sua figlia. E come tanti altri padri, non aveva compreso che il mondo di sua figlia, il web, era – è – un mondo che assomiglia ad una voragine senza fondo.
Un padre inconsapevole.
Come la rana della storiella. Che non aveva capito nulla di dove era finita, lei ed i suoi ranocchi. E che li vide morire, i suoi ranocchi, quando ormai era troppo tardi. E alla fine morì pure lei.
Se solo avesse capito, dissero gli uccelli… Se solo ci avesse ascoltato, noi che vedevamo…
Ma lei non lo sapeva.
Nessuno le aveva detto che sotto quell’acqua si avvicinava la morte.
Povera, inconsapevole, rana.
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