Come sta? Come è andata in questi giorni?
Mi capita spesso di iniziare le sedute con queste domande, per mettere a proprio agio le persone che mi vengono a trovare in studio.
Ogni tanto succede che qualcuno poi lo chieda a me: e lei come sta? Quando accade, rimango sempre piacevolmente sorpreso, soprattutto quando mi rendo conto che la domanda è fatta con sincero interesse e non per evitare la fatica di parlare dei propri problemi.
Qualche giorno fa mi sono chiesto perché mi sorprendessi. Non è previsto, mi sono risposto istintivamente – e anche un po’ scioccamente, a dire il vero – sono io quello che deve chiedere.

Eppure sono in molti a mostrarsi sorpresi quando – non a lavoro ma nella vita abituale di relazione – chiedo loro “come stai?” Chissà se anch’essi pensano che non sia previsto ricevere una domanda del genere.
Perché nella nostra vita frenetica non c’è tempo da perdere per queste cose.
Oppure perché non pensano di meritare che qualcuno si interessi gratuitamente a loro. Magari sono abituati a interagire con persone che parlano quasi sempre di sé e dei propri problemi.
O, ancora, perché loro stessi non sono abituati a porre agli altri in modo naturale questa domanda.
Qualunque sia il motivo, quando si riceve questa domanda, molte volte si rompe uno schema.

Qualche giorno fa ho chiamato un collega per risolvere un problema tecnico di lavoro. E, come faccio spesso, prima di parlare del problema gli ho chiesto “Come stai?”.
Non se lo aspettava. E’ rimasto in silenzio per due lunghissimi secondi. Poi mi ha detto timidamente che era stanco, che non era stato in vacanza per via del troppo caldo. E poi, forse rincuorato dal mio interesse, mi ha detto che era andato a trovare qualche giorno i genitori che abitano in un paese vicino. E che era stato, a metà estate, anche dal figlio che vive in una città del Nord.
All’inizio della telefonata non sapevo nulla di lui, se non qualcosa legata al lavoro. In pochi minuti mi ha raccontato dei genitori e del figlio.
E, soprattutto, la sua voce aveva cambiato tono. Era contento che qualcuno gli permettesse di narrarsi.
Alla fine abbiamo parlato anche di lavoro. Ma io – e forse anche lui – ho avuto la sensazione che fosse la cosa meno importante della telefonata.
A volte basta poco per sentirci più vicini agli altri.
Giusto due parole: come stai?

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