
L’educazione rende liberi.
No, non è una parafrasi della tristemente nota Arbeit macht frei, che abbiamo ricordato qualche settimana fa, in occasione della giornata della memoria.
Si tratta invece dell’affermazione più sensata che si possa fare dell’educazione. Che la libertà sia il fine ultimo dell’educazione dovrebbe essere il punto di riferimento per tutti coloro che hanno responsabilità educative. L’educazione serve infatti a rendere un essere umano autonomo e capace di rispondere pienamente delle proprie azioni.
Se la libertà è quindi il fine dell’educazione, va detto che essa è anche il mezzo, lo strumento perchè l’educazione possa realizzarsi. Senza libertà non si educa, senza educazione non si ottiene la libertà. La libertà è quindi al contempo mezzo e fine dell’educazione.
Ciò è possibile solo se alla base c’è la fiducia. Pensiamo alla relazione di coppia, per esempio: che libertà ci sarebbe se non ci fosse la fiducia reciproca? La relazione si trasformerebbe in possesso, da una parte, e in paura e angoscia dall’altra.
Oppure pensiamo all’educazione stessa: come potremmo far crescere una persona se non le dessimo fiducia? Se la tenessimo sempre sotto il nostro manto protettivo?
La fiducia rimane il fulcro di ogni relazione significativa; da essa dipende che un rapporto tra due persone si possa sviluppare, approfondire, cementare. Se è fondata sulla fiducia, una relazione può diventare fonte di gratificazione per chi ne è coinvolto direttamente. L’amicizia, l’amore, la fraternità, gli stessi rapporti tra colleghi di lavoro non reggerebbero se alla base non ci fosse la convinzione che ci si può fidare gli uni degli altri.
Chi potrebbe sostenere il contrario? Eppure oggi sappiamo quanto sia arduo parlare di fiducia. Spesso tocchiamo con mano la diffidenza, la paura, il tradimento, la delusione. “Ormai non ho più fiducia nel futuro“, mi confidava qualche tempo fa una giovane amica. Effettivamente, tra crisi economica, mancanza di lavoro, fragilità delle relazioni affettive, instabilità delle famiglie e adesso anche la pandemia da covid, è oggettivamente difficile continuare ad alimentare la fiducia che il mondo possa essere migliore.
Eppure non abbiamo altra via se non vogliamo che tutto ciò si ripercuota inevitabilmente sulle persone che, per motivi educativi, ci vengono affidate dalla vita stessa: i figli, gli studenti, i ragazzi in generale. È evidente che per trasmettere fiducia i primi che devono incarnarla e manifestarla con il proprio atteggiamento siamo noi adulti. Se così non fosse il nostro lavoro educativo rischierebbe di essere visto come falso e artificioso. E, di conseguenza, sarebbe inefficace.
Non c’è educazione senza libertà, non c’è libertà senza fiducia, scrivevo sopra. Ma senza fiducia non è possibile neanche qualsiasi forma di educazione. Non è necessario fare chissà quali ragionamenti per comprenderlo. Un bambino impara a camminare o ad andare in bicicletta solo se i suoi genitori sono disposti a rischiare che cada; solo se gli danno fiducia. Ciò vale ancora di più per un adolescente, anche se è più difficile; un adolescente infatti può farsi male veramente e soprattutto i genitori non stanno lì a controllarlo in continuazione. Eppure il modo migliore per rendere forte un ragazzo è permettergli – con prudenza – di cadere e rialzarsi da solo. Sostenendolo se lo chiede, ma lasciandolo libero di sperimentare i suoi limiti e quelli della vita. Solo così crescerà.
Dobbiamo perdere la paura di permettere ai ragazzi di poter sbagliare. Impedire l’errore – e quindi l’esperienza di imparare a correggersi – significherebbe rallentare e a volte bloccare la loro maturazione affettiva e caratteriale.
Che imparino a prepararsi lo zaino da soli; e se un giorno dimenticano per l’ennesima volta il vocabolario di latino, è meglio che prendano un brutto voto nella versione piuttosto che scapicollarci noi per portarglielo a scuola.
Che imparino a rifarsi il letto; è inconcepibile che a sedici anni non sappiano farselo perché ci ha sempre pensato la mamma.
Che sappiano farsi da soli i calcoli per arrivare a fine mese con la paghetta che diamo loro. All’inizio sbaglieranno ma impareranno poco a poco a gestire i soldi.
Che sentano la nostra fiducia quando chiedono di uscire con gli amici. Se ci dicono che rientreranno a mezzanotte, non iniziamo a chiamarli già dalle dieci per verificare se si stanno avviando verso casa.
Condividiamo con loro le regole, rendiamoli partecipi dei programmi, anche se sono ancora troppo giovani. Il sentirsi coinvolti accresce in loro l’autostima e anche la stima che hanno nei nostri confronti.
Sono solo esempi di quello che significa dare fiducia ai ragazzi. Non è facile, perché la tentazipone di sostituirci a loro è sempre dietro l’angolo ed è pronto a manifestarsi al primo timore che non riescano a farcela da soli. Eppure non abbiamo altra strada se vogliamo farli diventare grandi. E se vogliamo che imparino a usare bene uno dei doni più grandi che sono stati dati loro: la libertà.
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