Chi mi conosce sa che raramente perdo la pazienza. E che quando mi succede divento intrattabile e do il peggio di me.
Ma fortunatamente accade poche volte.

Ecco, oggi è una di quelle volte in cui sono arrivato molto vicino alla fatidica soglia. Per colpa di una mail, che mi informava di una scuola che cercava esperti di educazione dell’affettività. Il primo requisito necessario? Essere in possesso della laurea in psicologia magistrale.
Ora, caro preside che hai scritto o firmato il bando, se devi fare “educazione” dell’affettività e della sessualità, mi spieghi per quale motivo escludi in partenza proprio coloro che l’educazione l’hanno studiata e, probabilmente e senza offesa per tali professionisti, la sanno fare meglio degli psicologi?
Perchè lasci fuori dal bando coloro che, per definizione, lavorano sull’ordinario per evitare di dover fare un lavoro straordinario su bambini e ragazzi?
Può darsi che, assieme a molti come te, tu non abbia ben chiaro che un bambino diventa “grande” se trova sulla sua strada chi lo aiuta a tirar fuori da se stesso il meglio di cui è capace? Cioè un educatore?

Ok, mi calmo. E per calmare anche gli animi di chi forse sta leggendo queste parole con un po’ di fastidio, sappiate che tra i miei amici ci sono anche alcuni psicologi. Ma soprattutto che collaboro con diversi psicologi e di alcuni di loro nutro una profonda stima, professionale oltre che umana.
Il punto è un altro: ognuno deve fare bene il suo lavoro ed esercitare le sue specifiche competenze.
Questo per dire che quando difendo l’educazione sto solo affermando che questa ha delle caratteristiche proprie che la rendono, nel metodo e nella sostanza, profondamente diversa dalla psicologia.
E che non ho no nulla contro la psicologia. Anzi, mi piace pure, a tal punto che tra qualche mese conseguirò anch’io questa laurea.
Che, sia chiaro, diventerà e rimarrà sempre la mia seconda laurea.
Ovviamente dopo quella in pedagogia.

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