Qualche giorno fa ho preso in carico una coppia che mi ha portato un problema difficile. Difficile non solo perché si trattava di una situazione complessa e delicata ma anche perché era la prima volta che mi trovavo davanti ad una richiesta di aiuto di quel tipo. In realtà alcuni mesi fa due persone mi avevano cercato per un caso simile ma allora, dopo averle ascoltate attentamente, avevo suggerito loro di rivolgersi ad un altro collega. Sentivo di non essere in grado di aiutarli nel modo migliore.
Anche questa volta ho ascoltato con attenzione quello che mi è stato raccontato e soprattutto mi sono ascoltato: mi sono soffermato su ciò che la loro sofferenza suscitava in me. Alla fine ho dato la mia disponibilità a seguirli ma al contempo ho detto loro alcune parole, consapevole che li avrei potuti disorientare: “ritengo giusto che sappiate che è la prima volta che lavoro su un caso del genere. In passato ho evitato situazioni simili ma oggi, nell’ascoltare le vostre parole e nel guardare i vostri occhi ho sentito di potervi aiutare. Ovviamente ritenetevi liberi di decidere di non proseguire e rivolgervi a qualcun altro, se lo preferite”.
Sapevo che avrei potuto perderli e anche che rischiavo di giocarmi l’autorevolezza nei loro confronti. Sono andati via con l’impegno di darmi una risposta entro un paio di giorni. Dopo pochi minuti ho ricevuto un messaggio in c’era scritto: “Grazie per averci ascoltato oggi. Pensiamo di portare avanti il nostro percorso con lei per l’empatia che abbiamo riscontrato sia io che mia moglie”.
Nella formazione da psicologo mi è stato sempre insegnato che lo strumento più importante di cui dispongo nel mio lavoro è l’alleanza terapeutica, ovvero il rapporto con le persone di cui mi prendo cura. Prima delle tecniche – seppur necessarie – l’efficacia del mio lavoro passa soprattutto dalla qualità della relazione. Ed è all’alleanza terapeutica che ho pensato nel dire a quelle persone che erano i primi con cui mi trovavo ad affrontare quel tipo di problema.
Ancora oggi non sono completamente sicuro di aver fatto la cosa migliore nel dire loro quelle parole. E credo che la certezza non me la darà mai nessuno. E’ il margine di rischio che dobbiamo accettare se vogliamo mettere al centro la relazione. Non vale soltanto per il lavoro di cura ma per qualsiasi relazione significativa: quella tra partner, quella tra genitori e figli, quella tra docenti e studenti. E’ il rischio di educare, ha scritto qualcuno. E’ il rischio di sbagliare, presente in ogni relazione in cui qualcuno aiuta qualcun altro. Ed in cui nessuno avrà mai la certezza aprioristica di fare bene.
Come affrontare questo rischio? Contando sull’ascolto, sull’empatia, sul porre lo sguardo sulle persone che abbiamo davanti. Poi, certamente, saranno necessarie anche le tecniche e i metodi migliori. Ma questi ultimi a nulla servono se non ci sforziamo di essere autenticamente noi stessi. Cioè di ascoltarci.
Se non sappiamo essere empatici. Cioè ascoltare gli altri.
Se non parliamo con chiarezza e trasparenza. Cioè se non ci facciamo ascoltare dagli altri.
Gia’ l’empatia ,che permette a ciascuna persona di immedesimarsi nell’altra la più alta forma di sensibilità. Bellissime parole e pura sincerità Dott.Sgroi.