Sei adolescenti su dieci soffrono di ansia. E molti di essi finiscono per isolarsi, esprimere rabbia, dare spazio a comportamenti autolesionistici o far fronte a frequenti crisi di panico.
Lo leggevo qualche giorno fa a proposito di una recente ricerca condotta in Italia su un campione di circa 3000 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni.
A dire il vero non avevo bisogno della ricerca per accorgermene. I fatti di cronaca sono sotto gli occhi di tutti e ultimamente mi sono ritrovato in studio diversi adolescenti e giovani che lamentavano, appunto, difficoltà a gestire le proprie paure.
L’ansia da prestazione, legata al confronto con gli altri, è sempre stata un tratto tipico dell’adolescenza. Ma se in passato essa era spesso transitoria e, soprattutto, non era schiacciante, oggi non è più così. Per tanti motivi.

Tempo fa una amico mi parlava di un ragazzo a cui suo padre aveva da sempre trasmesso il messaggio esplicito che, se non fosse stato il primo in quello che faceva, lui non valeva niente.
Mentre il mio amico parlava, a me venivano in mente tantissimi esempi di ragazzi che, forse non in maniera così esplicita, ricevono gli stessi messaggi da parte di chi dovrebbe amarli incondizionatamente e non in base alle prestazioni.
Dover prendere il voto migliore alla verifica in classe, non dover soffrire mai l’onta di non essere convocato in prima squadra, dover essere il più applaudito alla recita di fine anno scolastico, fanno sentire un bambino o un ragazzo amato a condizione che faccia nel modo migliore possibile quello che fa.
Esattamente come quel ragazzo di cui parlava il mio amico. Che, per inciso, proprio in quel periodo faticava a mettersi alle spalle una dipendenza da sostanze in cui era caduto da alcuni mesi.

Ricordo ancora le parole che una persona che veniva in studio mi disse quando parlammo della sua fatica ad accettarsi e, di conseguenza, a volersi bene: “Lo so che i miei genitori mi hanno amato ma io non l’ho percepito come avrei voluto. Non è colpa loro, certamente. Ma oggi mi manca l’amore: non riesco ad amare e soprattutto non riesco ad amarmi”.
O quell’altro che mi diceva come le sue relazioni fossero caratterizzate da un perfezionismo che finiva per paralizzarlo: “Sento il bisogno di dover essere perfetto, perché se non faccio così penso che gli altri non mi amino”.
Sia chiaro: all’origine dell’ansia dei nostri figli ci sono tante cause, molte delle quali indipendenti da come ci comportiamo.
Ma è anche vero che il nostro modo di guardarli, o meglio, di amarli, alimenta o meno la loro forza.
“Tu per me sei importante. Tu e non quello che fai. Tu, per il fatto stesso di esistere”: questo vogliono leggere i figli nello sguardo di chi li ama.
Guardiamoli così e avremo fatto per loro l’unica cosa veramente necessaria.

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