Ancora una volta. E chissà quante altre volte dovremo leggere o sentire dell’ennesima violenza mortale verso una donna. Solo nei primi cinque mesi di quest’anno sono già diciotto le donne uccise, quasi tutte dai loro ex compagni. Diciotto, quasi quattro al mese. Quasi una alla settimana.
Non possiamo abituarci a questi numeri. Che Dio ci salvi dal farci cadere nel fatalismo, dal pensare che “ormai è così che va il mondo”.
Ma quando la vittima è una ragazzina appena adolescente, nenche la persona più imperturbabile può rimanere indifferente.
La morte di Martina Carbonaro però mi porta a fare due riflessioni che vanno oltre l’orrore.

La prima è prettamente educativa. Molti hanno gridato allo scandalo per le parole di chi si è interrogato su come sia possibile considerare normale fidanzarsi a soli 12 anni o restare fuori casa fino a tarda notte a 14 anni senza che i genitori riescano o vogliano opporsi.
Forse parole del genere potevano essere dette più in là o con minore acredine, per non infierire – anche se involontariamente – sui genitori della povera Martina, che probabilmente in questi giorni dovranno confrontarsi con i loro sensi di colpa.
Ma non possiamo ignorare che quanto accade ai nostri ragazzi è in buona parte frutto della nostra presenza educativa.
Stamattina ho letto di qualche politico che propone di abbassare l’imputabilità a 12 anni. Ma davvero continuiamo a voler tenere la testa sotto terra come gli struzzi? Veramente vogliamo immaginare un mondo di carceri piene di giovanissimi disperati?
Vogliamo invece tornare a parlare con forza di come aiutare i genitori a educare i loro figli?

Ma c’è un’altra considerazione che vorrei fare. Quando accadono fatti del genere cerchiamo di convincerci che il male, questo tipo di male, non può appartenerci. Forse anche questa volta abbiamo ascoltato le interviste ai genitori della vittima e del carnefice per esorcizzare la paura di essere come loro. Per rassicurarci sulla certezza che a noi non può accadere, perché noi i nostri figli li abbiamo saputi educare.
E invece no, non funziona così, perché ciascuno di noi è capace di commettere i peggiori errori ed orrori che si possano immaginare. Chi non ne è convinto si vada a leggere “La banalità del male” di Hannah Harendt. Scoprirà che gran parte dei nazisti erano uomini comuni tutt’altro che intrinsecamente malvagi.
Allora non ci resta che essere rassegnati? No. Consapevoli? Sì, per fare la nostra parte, che non è poco. Perché se è vero che il male è banalmente alla portata di tutti, è ancora più vero che possiamo annegarlo nell’abbondanza di bene.
E questo sì che dipende da noi.

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