Mi capita spesso di chiedere ai ragazzi che partecipano ai miei incontri se hanno mai parlato di sessualità con i propri genitori. A questa domanda ricevo quasi sempre risposte negative, date in maniera un po’ evasiva. Dalle loro parole, però, colgo spesso il dispiacere per qualcosa che avrebbero desiderato molto, come quella volta in cui uno di loro mi disse: «Eppure sarebbe stato molto utile… Ma parlare di sessualità in famiglia era qualcosa di inconcepibile».
Effettivamente è così: parlare di sessualità con i propri genitori, per molti ragazzi (e bambini) è ancora qualcosa di inconcepibile, per tanti motivi.

Molto spesso si pensa che la difficoltà sia legata all’adolescenza ed alla sua fisiologica chiusura comunicativa. Ma in realtà il problema si presenta anche quando i figli sono più piccoli e in adolescenza spesso accade semplicemente che esso si accentua. I motivi della ritrosia a parlare di questo tema vanno cercati altrove.
A volte i genitori pensano che i figli sappiano ormai tutto e che ci sia ben poco da aggiungere; e si lasciano sopraffare dal timore di fare “cattiva figura” nei confronti di figli che, grazie a internet, ne sanno molto di più.

Altre volte il motivo per cui non si parla di sessualità con i figli risiede nella convinzione che essi sapranno cavarsela bene da soli perché, pensano, «i miei figli sono bravi, li ho educati bene e quindi non faranno mai nulla di sbagliato». Una convinzione del genere denoterebbe però una scarsa conoscenza della natura umana, di come funziona l’adolescenza, delle pressioni enormi che il contesto culturale attuale esercita sugli adolescenti e, probabilmente anche una scarsa conoscenza dei propri figli.

Sembrano più fondate, invece, altre due difficoltà. La prima è la paura di svelare la propria intimità. È evidente che parlare di sessualità ai propri figli è qualcosa che ci coinvolge intimamente e non può lasciarci indifferenti. Eppure è molto efficace che papà e mamma imparino ad aprire un po’ della loro intimità, vincendo la naturale paura di mostrare i propri limiti e le proprie fragilità: questo fa molto bene ai figli, che vedranno i genitori come persone “normali” e quindi più facilmente desiderabili e imitabili.

In realtà quest’ultima difficoltà potrebbe essere solo l’anticamera di una seconda difficoltà ben più difficile da gestire, forse perché riveste un’importanza maggiore: il proprio rapporto con la sessualità. Si tratta di un limite che a volte emerge in tutta la sua problematicità proprio con l’arrivo dell’adolescenza di un figlio. Eppure questo limite può trasformarsi in una grande opportunità: “è così che nostro figlio ci offre delle formidabili occasioni di rivedere il rapporto che abbiamo con la sessualità e con l’amore. Siamo invitati a visitare la nostra storia, i nostri blocchi, se vogliamo accompagnare i nostri figli e non addossargli un rapporto con la sessualità che non è il loro ma il nostro“. (T. Hargot, Una gioventù sessualmente liberata)
Sicuramente recuperare un rapporto problematico e controverso con la propria sessualità non sarà un percorso sempre facile da fare; qualche volta sarà sufficiente il confronto con il proprio partner, altre volte probabilmente sarà necessario un aiuto esterno alla coppia (una consulenza sessuale il più delle volte basterà, altre volte sarà necessaria una psicoterapia).

Qualunque sia la difficoltà, niente ci autorizza a tralasciare un aspetto così importante al giorno d’oggi come quello di fare educazione affettiva e sessuale con i nostri figli. Non si tratta di fare discorsi, come ci ricorda sempre la Hargot:  “l’educazione sessuale non è una somma di discorsi. Noi trasmettiamo ai nostri figli una certa visione della sessualità sin dalla loro nascita. Come lo tocco? Come lo bacio, lo nutro, lo cambio, lo lavo e lo cullo? La maniera in cui entro fisicamente in relazione con il mio piccolino la dice già lunga sul mio rapporto con il mio corpo e quello altrui“. Queste parole ci ricordano che la prima educazione sessuale la facciamo con il linguaggio più autentico e vero di cui disponiamo, quello del corpo. Fatta questa premessa importante, rimane aperta la questione di come affrontare questo argomento con i propri figli nel modo più efficace possibile.

Una prima regola generale, che vale soprattutto quando i figli sono adolescenti, è quella di approfittare degli innumerevoli segnali che essi mandano con le cosiddette domande mute: quelle che fanno “tra le righe” con le loro reazioni e i loro commenti a fatti che apparentemente riguardano altre persone ma che molte volte sono lo specchio di problemi personali.
A volte le risposte potremo darle in maniera indiretta, per esempio approfittando della TV che con le sue rappresentazioni di una sessualità facile e banale può darci innumerevoli spunti per commentare con i figli – o, indirettamente, parlando con il proprio partner in presenza dei figli – quanto la realtà sia diversa da quella che viene rappresentata in un film o in una fiction. Altre volte sarà la cronaca, con i frequenti casi di violenza sulle donne, o di pedofilia, o di discriminazioni sessuali, che ci offrirà molte occasioni per parlare del rispetto, della differenza sessuale, del corpo, del senso della sessualità, delle conseguenze delle proprie azioni.

Quando parliamo di sessualità ai figli, possiamo tener conto di tre criteri generali: bisogna dare informazioni adeguate, ricordarci che educare è più importante che informare, avere un approccio positivo alla sessualità.

Dare informazioni adeguate
Questo significa innanzitutto informazioni adeguate all’età, alla personalità, alla sensibilità ed alle esigenze specifiche di ogni figlio. Mai dare informazioni calate dall’alto o, peggio, forzate. Ricordo ancora un papà che, preoccupato che il figlio preadolescente non mostrasse ancora interesse per le sue coetanee, cercava di provocarlo “involontariamente” lasciandogli a portata di mano foto di donne seminude.

Un altro aspetto da considerare è che bisogna trovare il modo di tornare tante volte su quanto già detto, integrando le idee da diversi punti di vista e prospettive. Un po’ con la logica dello spot pubblicitario, che insiste sullo stesso prodotto in maniera sempre diversa.

Bisogna aiutare i ragazzi a sviluppare un’idea ricca ed integrata della sessualità, che tenga conto di tutte le sue dimensioni: fisica (il corpo), affettiva (il legame tra sessualità, emozioni e sentimenti), relazionale (la sessualità ci mette in relazione e la differenza sessuale è orientata alla piena comunione con un’altra persona), razionale (le conseguenze su di noi e sugli altri di come viviamo la sessualità) e infine spirituale (il nesso profondo tra sessualità, amore e mistero).

Educare è più importare che informare
Il secondo criterio generale è forse più importante del precedente: il compito dei genitori non è tanto quello di dare informazioni ma di dare senso e significato alla sessualità dei figli. O meglio, quello di aiutare i figli a trovare senso e significato alla propria sessualità. In altre parole, il compito di educare.

È un lavoro che parte da molto lontano e che si fonda innanzitutto sull’educazione della volontà, attraverso la fortezza e la sobrietà. Un adolescente che, sin da bambino, si è abituato a piccole rinunce, all’idea di impegnarsi per ottenere un obiettivo, all’impegno di vivere piccoli incarichi in casa, riuscirà forse a comprendere meglio che cosa significhi rispettare un coetaneo o una coetanea verso la quale inizia a provare attrazione sessuale.

I figli capiranno che una relazione di coppia non si nutre di solo sesso e la comunicazione non può essere solo quella della sessualità genitale. Noi facciamo conoscenza dell’altro attraverso tutte le modalità di cui disponiamo: l’ascolto, la comprensione, il rispetto, lo svelamento della nostra interiorità, la pazienza, l’accompagnamento reciproco, il tempo.

Avere un approccio positivo alla sessualità
Questo è forse l’aspetto più difficile con cui fare i conti. La nostra generazione di educatori è cresciuta in un contesto storico-culturale che troppo spesso ha considerato la sessualità come qualcosa di sporco e di sbagliato. Quanti di noi ricordano di aver parlato di questo tema con i propri genitori? E soprattutto quanti ricordano di averlo fatto in un clima positivo e sereno? Quello della sessualità era un argomento tabù, proibito, vietato; e quando vi si doveva fare riferimento per forza, lo si faceva abbassando o cambiando il tono di voce, perché fosse chiaro che ci si trovava in una situazione poco opportuna. L’introiezione di questa idea della sessualità ha fatto crescere generazioni di adulti che hanno una visione negativa o comunque problematica della sessualità.

È già molto importante avere la consapevolezza di dover fare i conti, forse, con il nostro vissuto e con ciò che è stato registrato dal nostro corpo. A questo aggiungiamo l’impegno a vivere in prima persona i valori che cerchiamo di trasmettere ai nostri figli, la convinzione che l’educazione può cambiare le persone, la fiducia nelle persone stesse, e ci troveremo sulla buona strada per educare i nostri figli nel modo migliore che possiamo fare. Il resto lo lasceremo fare alla loro libertà ed all’imprevedibilità della vita.

D’altra parte, pensiamo pure che non tutto dipende da noi, grazie a Dio: non è forse vero che, come ci ricorda Osvaldo Poli, «i figli diventano grandi un po’ grazie ai genitori e un po’ nonostante loro»?

 

Sintesi del mio intervento del 26 marzo 2021, nell’ambito del progetto di educazione dell’affettività educ@more. Clicca qui per scaricare il testo integrale e la videoregistrazione dell’intervento

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