Andrea, 14 anni, si addormenta con i suoi youtuber preferiti e lo smartphone non lo spegne mai: “Lo uso sempre, da quando mi sveglio a quando dormo”.
Giorgia, 16 anni, non si accorge di quanto tempo passa on line e fatica a distinguere tra quando è connessa e quando è off line: “Me ne accorgo solo quando mi vietano lo smartphone e l’ultima volta che non l’ho usato per più di sei ore stavo impazzendo”.
Nicoletta, 52 anni, mamma di una under 18, non sa come fare con la figlia: “È sempre in camera con smartphone, tablet e computer. Dice che lì ha tutto quello che le serve e che non devo rompere. Non so cosa fare, vedo solo disperazione e sofferenza”.

Sono testimonianze riportate da una recente ricerca sulle dipendenze da smartphone.
Sono testimonianze che mi mettono tristezza e rabbia. Perchè arrivare a questo punto? Perchè ritrovarsi ad affrontare situazioni che sono già compromesse dal punto di vista educativo e forse anche psicologico?
Tristezza e rabbia. Le stesse sensazioni che ho provato quando qualcuno mi ha detto che l’idea del progetto educ@more era molto bella ma che lo avrebbero seguito solo quei genitori che avevano problemi concreti da risolvere con i propri figli.

Tristezza e rabbia perchè fortissima è ancora la miopia di tanti, troppi genitori che si ostinano a ignorare l’importanza di educare, di lavorare sull’ordinario per ridurre il rischio di dover intervenire su ciò che è straordinario.
Educare è come coltivare: vuol dire arare, seminare, innaffiare, concimare. Se coltiviamo bene, il rischio di dover usare i pesticidi è bassissimo.
Se poi la pianta si ammala, allora adotteremo interventi straordinari. Anche i pesticidi, se fosse necessario.
Ma coltivare male, perchè “tanto le piante crescono da sole”, porta inevitabilmente a dover usare i pesticidi. Una scelta che poi diventa necessaria. Una scelta non esente da dolore e sofferenza.
Una scelta che avremmo potuto evitare se avessimo coltivato bene.
Se avessimo educato bene.

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